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inserito il: 29-6-2009
C'E' ANCHE LA MORTE ECO-COMPATIBILE
di Cara Ronza
Con la coscienza a posto. Così vorremmo morire tutti: senza rimpianti e soprattutto senza rimorsi. Un'impresa impossibile, si direbbe, e invece qualcuno ha trovato il modo di compierla. Sono gli ambientalisti, proprio loro, che con eco-bare e cremazioni a basso impatto ambientale si stanno attrezzando per rendere anche la morte ecologicamente corretta.

In Giappone, l'ultima frontiera per l'estremo viaggio sono le bare in cartone. Il Paese del Sol levante, che sta puntando con decisione sull'energia pulita e sul taglio alle emissioni, ha trovato finalmente una soluzione al problema imbarazzante della gran quantità di sostanze nocive sprigionate con il rito buddista della cremazione. Se infatti il caro estinto brucia in una bara di tipo tradizionale, la combustione coinvolge legno, vernici, metalli, colla; ma se il suo corpo è steso in un'eco-bara in cartone pressato – che non ha chiodi né parti metalliche, nessun collante, vernice o colorante – l'impatto sull'ambiente è decisamente minore.

Le innovative casse da morto, che costano circa 200mila yen (1.500 euro), sono già un successo. Secondo una ricerca del quotidiano Asahi Shimbun, riportata dall'Ansa, ricoprono attualmente dal 30% fino all'80%, secondo le zone, delle vendite complessive.

Per chi fosse interessato a questo genere di involucro, da qualche tempo anche da noi ci sono aziende che producono casse e urne integralmente biodegradabili. Un decreto ministeriale del 12 aprile 2007, firmato dall'allora Ministro della Salute Livia Turco, ha infatti autorizzato "la commercializzazione di un cofano mortuario in cellulosa bordo legno in monoblocco per il trasporto di salme (infetti esclusi), per l'inumazione e la cremazione".

I sostenitori dei cofani ecologici, numeri alla mano, spiegano che l'eco-bara non solo non inquina, ma salva pure le foreste. In Italia, ad esempio, nel corso del 2008 sono morte 585.126 persone. Rivestire le loro salme con casse di tipo tradizionale è costata la vita a oltre 4 ettari di bosco. Perché perpetuare questa carneficina, quando invece che in una bara in legno di larice, in noce nazionale, mogano o radica, ci si può far riporre in una scatola di Mater B?

Il tema ha comunque già interessato i governi di molti Paesi in tutto il mondo. In Olanda sono molto usate le bare in cartone pressato, mentre in Polonia gli eco-consapevoli le prediligono in vimini. In Brasile i più verdi scelgono bare in legno della Foresta Amazzonica, ma solo perché quel legno, frutto di rimboschimento, è stato tagliato con il benestare dell’Istituto brasiliano per l’ambiente.

Bare in legno proveniente da foreste gestite in modo sostenibile sono una realtà consolidata anche in Inghilterra, mentre in India, dove su 10 milioni di morti l'anno, circa l'85% viene cremato secondo il rituale indù, un ingegnere di nome Vinod Kumar Agarwal ha inventato la pira a basso impatto ambientale. Il suo Mokshda Green Cremation System, divenuto un progetto ufficiale del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP), promette di risparmiare fino al 75% di legna, e di ridurre sensibilmente le emissioni di biossido di carbonio (fino ad oggi sulle pire, secondo le sue stime, venivano sacrificati 50 milioni di alberi, che bruciando rilasciavano nell'atmosfera 8 milioni di tonnellate di biossido di carbonio).

Intanto in Svezia si sta lavorando, anche dal punto di vista giuridico, al superamento di quella che potrebbe essere davvero l'estrema frontiera in fatto di inumazione.

Per "tornare alla terra", la biologa Susanne Wiigh-Masak propone un sistema che ha già brevettato in 35 paesi e che consiste in sostanza nella trasformazione delle salme in fertilizzante (qualcosa di ormai inutile in qualcosa di utile, direbbe qualcuno). I corpi dei defunti, dopo essere stati congelati con l’azoto liquido e liofilizzati, vengono deposti in una piccola scatola di ostia biodegradabile e nel giro di 6-12 mesi sono pronti per essere utilizzati come nutrimento per un albero commemorativo.

In attesa che questa bella novità arrivi anche da noi – magari per via europea – viene da domandarsi: ma è proprio necessario diventare un fertilizzante per espiare le proprie eco-colpe? Non si potrebbe condurre una vita ragionevolmente rispettosa del Creato e poi da morti essere considerati qualcosa di più di un semplice rifiuto organico?