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inserito il: 2-9-2007
Nuova offensiva abortista alla UE
di Maciej Golubiewski

Usando un linguaggio fortemente anti-religioso, la sezione europea dell’International Planned Parenthood Federation (IPPF, una multinazionale dell’aborto e della contraccezione) ha recentemente pubblicato un rapporto dal titolo “Perché c’è bisogno di parlare di aborto”, con lo scopo di spingere alla legalizzazione dell’aborto in tutta l’Unione Europea (UE).

Pur ammettendo che per i trattati europei la legislazione sull’aborto è “responsabilità ultima” degli stati membri, l’IPPF-Europa chiede con forza alla Commissione Europea e all’Europarlamento di agire “malgrado questi limiti” per “portare avanti la questione” e “tenerla in primo piano nell’agenda politica”.

Il documento dell’IPPF loda i parlamentari europei e il Consiglio d’Europa per aver approvato negli ultimi anni due documenti pro-aborto anche se non vincolanti. Il documento cita il Rapporto Van Lancker del Parlamento Europeo, che già nel luglio 2002 chiedeva il diritto all’aborto in Europa senza alcun limite. L’IPPF cita anche il sostegno della Commissione Europea alle conclusioni della Conferenza Internazionale dell’ONU su Popolazione e Sviluppo (ICPD, Il Cairo 1994). Sebbene il documento del Cairo non chieda espressamente il diritto all’aborto, i gruppi abortisti considerano che l’invito del Cairo alla promozione della “salute riproduttiva” ne sia un sinonimo, malgrado l’Assemblea Generale dell’ONU abbia mai avallato un’interpretazione del genere.

Nel rapporto, l’IPPF mette nel mirino i paesi a maggioranza cattolica – Slovacchia, Malta, Irlanda, Portogallo e Polonia – come esempi specifici di realtà dove le donne “non hanno altra scelta che la gravidanza forzata” a meno che non vogliano rischiare le loro vite per l’aborto illegale o viaggiare all’estero per averlo. la “gravidanza non programmata” è descritta come uno “choc” che porta a una “chiara situazione di panico”. Una vita abortita è inoltre equiparata a un esercizio del diritto della donna “a scegliere cosa fare con il proprio corpo”.

Il documento dell’IPPF dimostra inoltre che i sostenitori dell’aborto credono che legare la causa pro-life alla religione aiuti a promuovere il diritto all’aborto. La Slovacchia, ad esempio, è criticata perché permette “l’obiezione di coscienza” ai medici che non vogliono praticare l’aborto per motivi religiosi, e in questo modo l’IPPF ha chiaramente preso una posizione nel dibattito sulla libertà religiosa in Europa. Il documento dell’IPPF inoltre include una sezione intitolata “Ogni aborto ha una storia”, che contiene storie di donne di sei paesi europei di fronte a una “gravidanza non programmata o non voluta”. Una di queste riguarda una donna slovacca che dopo aver abortito sarebbe stata punita da un prete cattolico durante la messa domenicale: ovviamente non c’è alcuna prova o riferimento a sostegno di questa affermazione. La storia finisce con suo marito, cattolico, che la abbandona.

Sebbene le istituzioni europee abbiano più volte ripetuto che la questione dell’aborto non è di loro competenza, la campagna lanciata dall’IPPF dimostra che le organizzazioni abortiste considerano le istituzioni della UE permeabili alla loro azione di lobby tanto da rendere possibile l’inserimento del “diritto all’aborto” nell’agenda europea.