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inserito il: 17-2-2009
GHIACCIO POLARE, QUELLO CHE I MODELLI NON DICONO
di Guido Guidi

In questi ultimi mesi l'emisfero boreale ha conosciuto una stagione invernale piuttosto dinamica. In realtà, come scopriremo analizzando nel dettaglio i dati a stagione finita, non ha poi fatto così tanto freddo. Tuttavia, complice la recente chiusura dell'anno polare internazionale, l'attenzione dei media e di una buona parte della comunità scientifica si è concentrata proprio sulle zone polari.

L'estensione dei ghiacci artici in particolare, è stata ed è oggetto di ampio dibattimento, ora in questa ora in quella direzione, nella solita antipatica altalena tra opinioni a sostegno del riscaldamento globale di origine antropica e pareri diametralmente opposti, altrettanto antipaticamente definiti "negazionisti".

Le acque, o dovremmo dire i ghiacci, si sono agitate già verso la fine della scorsa estate, perché dopo il clamore suscitato dalla presunta apertura del famoso passaggio a nord ovest al termine della fase di scioglimento, le zone artiche sono state teatro di un rapido recupero dei ghiacci, con rateo di aumento almeno inizialmente paragonabile alle medie di riferimento, risalenti al periodo 1979-2000.

Così, in appena tre mesi, il recupero è stato tale da riportare l'estensione dei ghiacci a valori simili a quelli dell'inizio del periodo di misura, cioè l'inizio dell'era satellitare. Almeno questo lasciavano intendere le dichiarazioni di uno dei più autorevoli esperti del settore, curatore del sito web The Cryosphere Today.

In una chiacchierata con un giornalista del Daily Tech che segue da vicino le vicende climatiche, Bill Chapman dell'Università dell'Illinois azzardava l'ipotesi che tale recupero potesse essere indotto dalla scarsa ventilazione registrata nei primi mesi freddi, quelli che in genere segnano il destino della stagione. Neanche il tempo di assimilare questa bella notizia, che di lì a pochi giorni giungeva la smentita, addirittura in forma di nota ufficiale di colui che aveva rilasciato l'intervista. Non è dato sapere se queste fossero state male interpretate o se fossero semplicemente troppo poco allineate al pensiero diffuso, cioè che i ghiacci si sciolgono e continueranno inesorabilmente a diminuire tout court.

In tutto questo bailamme di informazioni contraddittorie, si corre il rischio di capirci molto poco e di perdere di vista gli elementi più significativi. La realtà dei fatti vede - un po’ di chiarezza è necessaria - l'ammontare dell'estensione dei ghiacci artici ancora consistentemente sotto la media di riferimento, ma in fase di recupero. Un evento non casuale, visto che le temperature medie globali hanno smesso di aumentare da qualche anno. Non è dato sapere se se questa iniziale inversione di tendenza sarà duratura oppure no, ma è un fatto che le due cose insieme diano non poco da pensare a chi riteneva di aver già capito tutto e ci avvisava che praticamente eravamo giunti ad un punto di non ritorno.

Tra gli aspetti salienti passati del tutto inosservati, figurano anche le indicazioni di un team di ricercatori della NASA che hanno attribuito il minimo storico dell'estensione dei ghiacci artici del 2007 a cause del tutto naturali, ovvero alle anomalie del vento e della pressione atmosferica sull'area polare. Pari indifferente trattamento è stato riservato anche agli studi che mettono in stretta correlazione le variazioni della temperatura di superficie degli oceani - legate a oscillazioni cicliche di lungo periodo - con la quantità di ghiaccio presente alle alte latitudini.

Nel frattempo, con antipatica ostinazione, il ghiaccio presente in Antartide aumenta stabilmente da diversi anni, ma questo, ci dicono i modelli di simulazione climatica, sarebbe previsto anche in concomitanza di un generale aumento delle temperature. Che invece proprio lì  hanno subito una diminuzione, almeno fino a quando un team di ricercatori americani, analizzando e rimescolando i pochissimi dati disponibili non ha individuato un trend di aumento partendo da valori osservati a terra e da satellite in generale diminuzione. Potere della statistica, verrebbe da dire.

Questo gruppo in effetti non è nuovo ad operazioni del genere. Alcuni anni fa si sono cimentati in altre alchimie statistiche per la ricostruzione delle temperature medie globali nel periodo pre-industriale, con il risultato di azzerare (sulla carta) le oscillazioni climatiche in positivo ed in negativo del periodo medioevale. Questa è l'arte del tuning o, se preferite, del bias scientifico: abbandonata la tecnica classica della ricerca sperimentale, si trattano i dati fino a che non incontrano le tesi che si vorrebbero dimostrare.

Solo che ora abbiamo un problema: non avevamo detto che dai modelli si capiva benissimo che il raffreddamento dell'Antartide era previsto? Come si fa ora che abbiamo scoperto che invece si scalda? Nessun problema: la prima fase, quella fredda, era solo temporanea, di qui in avanti solo caldo. E infatti, per tornare da dove siamo partiti, cioè da quest'inverno, i sostenitori del riscaldamento globale continuano a spiegare che l'inverno freddo anzi fresco, non fa clima e ancor meno lo fanno le piogge abbondanti e le nevicate. Per farlo ci portano emblematicamente ad esempio il caldo anomalo dell'estate australe.

In pratica se fa freddo trattasi di normale variabilità, se fa caldo trattasi di global warming. Parola di Ministro per i cambiamenti climatici (esiste sul serio!) australiano.

La verità è che sin qui non ci abbiamo capito molto e siamo lontanissimi dal livello di comprensione scientifica che sarebbe necessario per computare con buoni risultati l'evoluzione delle complesse dinamiche del clima in un modello di simulazione. Nonostante ciò continuiamo a farlo ed a prendere per oro colato gli output di queste previsioni, portando ora questo ora quell'altro fenomeno atmosferico "anomalmente" naturale a supporto delle tesi di qualunque segno.

Quello che si cerca di comprendere è in definitiva se il bilancio energetico del pianeta abbia subito un'alterazione di origine non naturale, cioè se venga trattenuta più energia di quanta ne occorre perché la macchina del clima continui a funzionare. Posto che, come detto, non ne conosciamo il funzionamento, forse sarebbe il caso di cercare di approfondire proprio quanto possa influire la dinamica della variazione dell'estensione dei ghiacci su entrambi i poli, e non su di uno solo perché, tra l'altro, in termini di bilancio energetico forse il polo sud conta più del polo nord, in quanto più vasto e più esposto alla radiazione solare. In poche parole, una variazione positiva dei ghiacci antartici potrebbe valere di più di una variazione negativa di quelli artici.

Ma questo, ancora una volta, ai modelli non è stato detto.