C’è un’Africa che arretra aggrappandosi all’ideologia terzomondista che attribuisce a fattori unicamente esterni – dalla tratta atlantica degli schiavi al global warming – il proprio mancato sviluppo, e le dolorose conseguenze che ne derivano, pretendendo risarcimenti astronomici e illimitati contributi finanziari. Ma c’è anche un’Africa che invece si ingegna e prova a innovare e progredire sia nell’ambito economico che in quello della tutela della dignità umana.
In Namibia è stato da poco messo in funzione nella città portuale di Walvis Bay un impianto per la lavorazione del pesce destinato all’esportazione. La sua realizzazione è costata tre milioni di euro. La fabbrica, di proprietà interamente namibiana, occupa circa mille persone. Inoltre, essendo in grado di lavorare e inscatolare i prodotti ittici, assicura una resa da cinque a 10 volte maggiore rispetto alla vendita del prodotto appena pescato, ma poi pulito e surgelato direttamente sui pescherecci che provvedono a trasportalo in Europa o in altri continenti.
Contemporaneamente in Uganda sono state inaugurate una torrefazione per tostare il caffè e una fabbrica per inscatolarlo in modo da poter esportare anche in questo caso un prodotto finito. È il primo esperimento in Africa di un ciclo di lavorazione completo del caffè. La Good African Coffee, la società a capitale ugandese proprietaria dei due stabilimenti, assicura di essere in grado di produrre tre milioni di tonnellate di caffè all’anno.
Come per il pesce della Namibia, anche il caffè ugandese torrefatto e inscatolato garantirà una resa più elevata: sui mercati internazionali il caffè non lavorato viene pagato meno di un euro al chilogrammo, mentre quello torrefatto e confezionato si vende a 12 euro. Sia la fabbrica del pesce che quella del caffè aprono inoltre opportunità di lavoro e sviluppo ulteriori. Nuove fabbriche possono nascere per produrre scatole, barattoli, imballaggi, etichette....tutto ciò che serve per realizzare il prodotto finito. Così pure si rendono necessari, ad esempio, impianti per la sterilizzazione dei contenitori, fabbriche per produrre i macchinari e i pezzi di ricambio, ditte di manutenzione e via dicendo.
Sul piano invece della tutela dei diritti umani, in questi giorni le buone notizie arrivano dal Mali dove il governo sta tentando di far accettare il nuovo codice della famiglia approvato il 3 agosto dal parlamento. Il testo introduce diversi cambiamenti rispetto a quello finora in vigore, risalente al 1962: ad esempio, consente alle vedove di godere in via preferenziale dei beni lasciati dal marito, sostituisce il termine “patria potestà” con “autorità genitoriale”, abolisce il ripudio. Queste e altre innovazioni tendono a tutelare maggiormente le donne e a migliorarne lo status.
Proprio per questo, malgrado che il testo originario sia stato modificato in sede di discussione parlamentare accogliendo più di 100 emendamenti, il codice è oggetto di vivaci critiche da parte della popolazione, quasi totalmente islamica, ed è stato respinto per i suoi contenuti contrari alla shari’a, la legge coranica, dall’Alto consiglio islamico. Prendendone atto, il presidente della repubblica Amadou Toumani Youré ha deciso di avviare una serie di consultazioni con esponenti politici e religiosi prima di decidere se promulgare o meno il codice. Nel frattempo il Coordinamento delle associazioni femminili il 7 agosto ha presentato in parlamento una proposta di legge contro le mutilazioni genitali femminili, imposte in Mali al 92% delle donne. Benché favorevole all’iniziativa, il governo tende tuttavia a procedere per gradi nella consapevolezza che la società maliana, come confermano le reazioni al nuovo codice di famiglia, non è pronta ad accettare una legge che vieti un’istituzione così radicata e che farla rispettare creerà non pochi problemi. |