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inserito il: 26-4-2009
AIDS. OLTRE AL PRESERVATIVO, CI VUOLE L'EDUCAZIONE
di Anna Bono
Si è tornato a parlare della frase pronunciata da Papa Benedetto XVI in occasione del suo viaggio, dal 17 al 23 marzo, in Camerun e Angola a proposito dell’AIDS: l’uso del preservativo – aveva detto il Pontefice – non basta a contrastare l’epidemia e in Africa, anzi, può peggiorare le cose, mentre ciò che realmente serve è un’umanizzazione della sessualità. 

Subito erano insorti uomini politici, parlamenti e governi europei: addirittura annunciando, in un caso, per meglio dimostrare disaccordo e sdegno, l’invio immediato in Africa di un milione di preservativi. Alcuni giorni fa la Segreteria di Stato vaticana ha espresso rammarico specialmente in relazione alla richiesta rivolta il 2 aprile dalla Camera dei Rappresentanti belga al proprio governo di condannare le dichiarazioni inaccettabili del Papa e di protestare ufficialmente presso la Santa Sede: “Non spetta al Papa – è stata la motivazione del parlamento belga – mettere in dubbio le politiche della sanità pubblica che godono di unanime sostegno e ogni giorno salvano delle vite”.

Orbene, è noto che dove nel mondo l’epidemia di AIDS è stata contenuta ciò si deve al comportamento responsabile di una prevalenza di persone sensibilizzate grazie a un’informazione esauriente e capillare: comportamento che, in campo sessuale, non esclude ovviamente l’uso del preservativo, ma va ben oltre e, più in generale, prevede l’adozione di precauzioni volte a permettere ai sieropositivi di condurre una piena vita familiare, sociale e lavorativa senza mettere a rischio chi li circonda. In sintesi, per quel che riguarda la sfera dei rapporti sessuali, si tratta del metodo ABC: l’acronimo inglese che sta per Abstinence, Be faithful, Condom, vale a dire astinenza, fedeltà e preservativo. 

In Africa ABC ha dato risultati concreti e duraturi, più della mera distribuzione di profilattici e anche questo è risaputo. È sufficiente confrontare, ad esempio, gli andamenti dell’epidemia in Uganda dove, con la convinta collaborazione del governo, si sperimenta da tempo la formula ABC, accompagnata da campagne volte a combattere l’ostracismo sociale nei confronti dei sieropositivi, e in Zimbabwe dove l’irresponsabile amministrazione del presidente Robert Mugabe ha scelto invece la più comoda e semplice via della distribuzione gratuita di preservativi (vedi, di Riccardo Cascioli, “AIDS e preservativo, la scienza dà ragione al Papa”, e "Africa, più cattolici meno AIDS”). In sostanza, il metodo ABC funziona anche in Africa, come altrove, e per gli stessi motivi.

Tornando alle parole del Papa, naturalmente ha ragione lui. 

Il preservativo, specie in persone che hanno poca dimestichezza con la medicina moderna, induce facilmente a un comportamento disinvolto, nell’illusione di aver fatto tutto il necessario per evitare il rischio di contagio. Anche in condizioni ideali, è dimostrato inoltre che può fallire: e pensare che di solito in Africa si diano le “condizioni ideali” significa non conoscere affatto il contesto. 

Innanzi tutto, mentre conservare i profilattici senza alterarne consistenza ed elasticità, e quindi funzionalità, non è un problema in una normale casa, ad esempio, italiana, non si può dire altrettanto di milioni di abitazioni di villaggio e di città africane, per non parlare dei poveri ripari che nei campi per profughi e nelle bidonville urbane decine di milioni di famiglie africane chiamano ‘casa’. 

In secondo luogo, i profilattici vanno maneggiati, prima e dopo l’uso, con mani ben pulite e badando a toccarli il meno possibile: in caso contrario, permane il rischio di contrarre comunque il virus HIV e ad esso si aggiunge quello di infezioni e del contagio da altre malattie. Le condizioni di vita prevalenti in Africa rendono difficile seguire anche questa regola fondamentale, posto che ne sia capita la necessità. 

Ad accrescere la probabilità che il preservativo sia inefficace, all’insaputa di chi lo utilizza e che quindi si sente al sicuro, contribuiscono altri fattori ancora, su alcuni dei quali vale la pena soffermare in particolare l’attenzione. 

Va ricordato che l’Africa è il continente delle mutilazioni genitali femminili, un’istituzione presente almeno in 27 Stati. Le donne africane escisse o infibulate di età superiore a nove anni sono quasi 100 milioni e tre milioni di bambine vengono mutilate ogni anno. Le conseguenze che gli interventi comportano rendono ancora di gran lunga più elevata la probabilità che un profilattico, anche senza lacerarsi durante l’uso, risulti comunque inefficace. 

Lo stesso discorso vale per la pratica del sesso cosiddetto “secco”, anch’essa diffusa e altrettanto pericolosa non soltanto in relazione all’AIDS. Il “sesso secco”, senza lubrificazione, preteso dagli uomini africani in certe regioni – ad esempio del Sudafrica – si ottiene infatti irrorando l’apparato genitale femminile con acqua salata, candeggina o altro detersivo di uso domestico e introducendovi della sabbia o delle erbe astringenti quali le foglie di tabacco. È facile immaginare gli effetti. 

Sorprende e preoccupa che uomini politici responsabili di interventi di vasta portata nell’ambito della cooperazione allo sviluppo, ai quali spetta decidere strategie di intervento da cui dipende la sorte di milioni di persone e il buon utilizzo di ingenti somme di denaro pubblico, ignorino tali aspetti del problema AIDS. Papa Benedetto XVI ne sa più di loro.