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inserito il: 17-11-2008
RD CONGO, RICCHEZZA SENZA SVILUPPO
di Anna Bono

L’intensificarsi dei combattimenti in Nord Kivu, Repubblica Democratica del Congo orientale, sta causando un’ennesima emergenza umanitaria in Africa. Decine di migliaia di nuovi profughi, in fuga non solo dai combattimenti, ma anche per sottrarsi alle aggressioni e alle razzie a cui si dedicano praticamente tutti i contendenti incluse le truppe governative, si vanno aggiungendo alle centinaia di migliaia di persone già sfollate nei mesi e negli anni trascorsi. Il loro numero cresce di giorno in giorno e il problema di soccorrerli monopolizza risorse e attenzione.

Le cause della crisi sono complesse. Un ruolo determinante è giocato dal fattore etnico. A scontrarsi sono infatti i congolesi di etnia Tutsi del Congresso nazionale per la difesa del popolo, guidato dall’ex generale Laurent Nkunda, e due movimenti ad esso antagonisti sostenuti dal governo congolese: il Mayi Mayi, composto da etnie autoctone, e le Forze democratiche per la liberazione del Rwanda, costituite da Hutu rwandesi rifugiatisi in RD Congo nel 1994 per sottrarsi alla vendetta dei Tutsi sopravvissuti al genocidio.

Un altro fattore determinante è il controllo delle immense ricchezze naturali della regione. Ad appropriarsene provano da anni due paesi confinanti a est con l’RD Congo: l’Uganda e il Rwanda che tra il 1998 e il 2003 scatenarono una guerra con l’obiettivo di abbattere prima il governo di Laurent Désiré Kabila e poi, dopo il suo omicidio nel 2001, quello del figlio ed erede, Joseph. In soccorso dei Kabila si mossero allora Namibia, Angola e Zimbabwe e per questo quella congolese fu chiamata prima guerra continentale africana.

Secondo Kinshasa, il Rwanda si serve appunto del Cndp per controllare porzioni di territorio congolese e importarne illegalmente i prodotti minerari. Nkunda nega e a sua volta accusa il presidente Kabila di sprecare le risorse nazionali e di svenderle per ricavarne vantaggi personali. Sostiene di aver ripreso a combattere, pur avendo firmato all’inizio del 2008 una tregua, a causa dell’accordo stipulato dal governo con la Cina che assegna a Pechino ingenti concessioni di sfruttamento minerario in cambio di servizi e infrastrutture per un ammontare di nove miliardi di dollari.

È interessante notare come quasi tutti i movimenti antigovernativi africani attivi nei paesi ricchi di materie prime sostengano di lottare contro le leadership al potere perché sono corrotte ed escludono gli abitanti delle regioni minerarie dai benefici derivanti dalle attività estrattive. Da anni, ad esempio, rivendicano una più giusta ridistribuzione delle ricchezze i movimenti armati del Delta del Niger dove si concentrano le imprese petrolifere nazionali e straniere della Nigeria; il più attivo e potente è il Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger, nato nel 2006. Nel vicino Niger il Movimento dei nigerini per la giustizia combatte nel nord ricco di uranio in nome delle popolazioni locali, effettivamente poverissime, chiedendo anch’esso che il governo usi a beneficio dei cittadini nigerini almeno una parte del denaro proveniente dalle concessioni minerarie.

Nkunda sostiene che le strade e le linee ferroviarie previste dall’accordo con la Cina non sono pensate per le necessità della popolazione congolese, ma per consentire il trasporto delle materie prime estratte dalle ditte cinesi. Inoltre afferma che, se anche si costruiranno veramente nuovi servizi, i suoi connazionali non ne trarranno vantaggio perché altre scuole e altri ospedali non servono a nulla visto che mancano gli insegnanti e i medici, il materiale didattico e i medicinali.

Gli argomenti di Nkunda sono del tutto condivisibili. Però il fatto che autorizzi i suoi uomini ad abusare dei connazionali per il bene dei quali pretende di combattere e a razziarne e distruggerne i beni solleva fondati dubbi sulle sue reali intenzioni. I dubbi sono accresciuti dall’esperienza di altri conflitti: una volta sconfitto il regime aspramente criticato, i leader dei movimenti antigovernativi di solito attingono a loro volta alle casse statali come i loro predecessori, dimenticando le promesse e gli impegni assunti, e così sorgono altri movimenti armati di protesta e si ricomincia a combattere.

Questo è uno dei motivi della persistente povertà di milioni di africani anche nei paesi che da tempo registrano considerevoli crescite del Prodotto interno lordo: tra questi l’Angola, divenuto nel 2008 primo produttore di petrolio dell’Africa subsahariana, che vanta incrementi annui del Pil fino al 20%, ma è stato incapace, ad esempio, di impedire per un anno intero – tra il 2006 e il 2007 – la diffusione di un’epidemia di colera che ha ucciso migliaia di persone.