Correva l’anno 1865. Stanley Jevons, uno fra i più importanti economisti dell’800, diede alle stampe un volume – “The coal question” – nel quale si analizzavano le prospettive di approvvigionamento del carbone e le conseguenze sullo sviluppo della Gran Bretagna. La diagnosi formulata era assai preoccupante. Sulla base delle prospettive di evoluzione della domanda di e di quella dell’offerta, l’autore giungeva alla conclusione che non vi era possibilità che il progresso in atto perdurasse nel futuro. Se avesse scritto un secolo più tardi, probabilmente Jevons avrebbe parlato di uno sviluppo “non sostenibile”.
Estrapolando i dati del passato, nello studio si stimava che il consumo di carbone sarebbe cresciuto dagli 85 milioni di tonnellate nel 1861 ai 500 nel 1911 fino ai 2,5 miliardi un secolo più tardi, nel 1961. La previsione non si è però avverata: il consumo di carbone nel Regno Unito crebbe fino a raggiungere un massimo di 300 milioni di tonnellate nel 1913; cinquant’anni più tardi la domanda complessiva di carbone era diminuita del 50% e si attestava intorno ai 200 milioni di tonnellate ossia una quantità di dieci volte inferiore a quella stimata. La disponibilità di carbone non aveva dunque costituito un limite allo sviluppo. L’analisi dell’economista britannico non aveva considerato il fatto che la crescita della domanda di carbone avrebbe determinato in un primo tempo l’aumento del prezzo del combustibile e, quindi, incentivato la ricerca di nuovi giacimenti, lo sviluppo di nuove tecniche di estrazione, di sistemi di trasporto più economici nonché la ricerca di fonti alternative.
Per Jevons il petrolio non poteva che ottenersi dal carbone. D’altra parte, come avrebbe potuto lo studioso immaginare l’esistenza dei giacimenti di petrolio nel Golfo Persico ed altrove? O come prevedere che di li a poco sarebbe stato inventato il motore a combustione interna?
Con il prezzo del petrolio che è ormai prossimo ai cento dollari al barile, non mancano neppure oggi le voci che prefigurano un futuro a tinte fosche con un’offerta che avrebbe raggiunto il suo massimo, una domanda che non cessa di crescere e, dunque, la prospettiva di un rapido esaurimento delle risorse disponibili. Non vi è peraltro un giudizio unanime su quale sia la disponibilità residua: si va da poco più di un miliardo di barili nella stima di BP (originariamente British Petroleum) ai quasi quattro miliardi secondo Cambridge Energy Research Associates (CERA). E quello di oggi non è il primo allarma sull’esaurimento del petrolio: come ha ricordato il presidente di CERA, Daniel Yergin, nello scorso secolo si sono avuti almeno altri quattro “avvertimenti” che si sono successivamente rivelati infondati. Si rileva poi come l’attuale fase di prezzi elevati faccia seguito ad un periodo caratterizzato dal prezzo del petrolio in calo fino ai quasi dieci dollari intorno a metà degli anni ‘90. A sua volta, il periodo del petrolio “facile” era il risultato degli investimenti successivi alla crisi degli anni ’70 che avevano portarono ad un offerta largamente eccedente la domanda.
L’attuale fase “negativa”, piuttosto che essere inquadrata in uno scenario di lungo periodo, sembra poter essere spiegata meglio con una motivazione contingente ossia gli scarsi investimenti negli anni passati. Più che l’esaurimento nel breve periodo delle risorse, a destare qualche preoccupazione è il fatto che la maggior parte del petrolio è controllato da governi i quali, da un lato, non sembrano investire a sufficienza nella ricerca di nuovi giacimenti, dall’altro impongono alle compagnie petrolifere elevatissime royalties – il 60% in Venezuela, l’80% in Norvegia e Russia, il 90% in Libia – disincentivando così gli investimenti privati.
Buone notizie vengono poi dal lato della domanda: a differenza di quanto accaduto negli anni ’70, nonostante l’impetuosa crescita del prezzo del petrolio negli ultimi anni, l’economia mondiale è cresciuta a tassi sostenuti. Il PIL americano, ad esempio, è cresciuto ad un ritmo medio del 3% tra il 2002 ed il 2006, pur in presenza di un aumento del prezzo del petrolio da 23,7 a 58,3 dollari al barile. E nell’ultimo trimestre la crescita negli USA è stata del 3,9% con bassi valori di inflazione e disoccupazione. Quali le ragioni della attuale più forte resilienza dell’economia all’incremento del prezzo del petrolio?
Una recente ricerca dell’economista americano William Nordhaus ipotizza che tale risultato sia da imputarsi principalmente a due fattori: una più attenta politica monetaria ed una diversa percezione di consumatori, lavoratori ed imprese, che sembrano aver interpretato il rincaro del greggio come un fenomeno temporaneo piuttosto che permanente e che hanno reagito di conseguenza (i lavoratori, ad esempio, accettando una temporanea riduzione dei salari reali piuttosto che scioperando per recuperare il potere d’acquisto perduto).
A tali comportamenti non è verosimilmente estraneo il fatto che dal ’70 ad oggi l’economia americana, così come quella degli altri paesi occidentali, è divenuta di gran lunga più efficiente in termini energetici: il consumo di energia per produrre un dollaro di ricchezza si è infatti più che dimezzato. E se nel 1980 con il petrolio a oltre 100$ in termini reali, la spesa complessiva per la benzina era pari al 4,5% del PIL, oggi tale percentuale si assesta al 3,6% (5,3% delle spese per consumi). Detto in altre parole: oggi il prezzo dell’energia ha un peso assai minore sul nostro benessere rispetto al passato.
Se guardiamo a quanto accaduto negli ultimi centocinquanta anni, possiamo dunque essere ottimisti per il nostro futuro. Dopo un secolo e mezzo di sviluppo industriale, le riserve di fonti energetiche, sia in termini assoluti che misurate in anni di consumo attuali, non sono diminuite ma aumentate. Come minimo, vi sono altri quarant’anni di disponibilità per il petrolio, sessanta per il gas e duecentotrenta per il carbone. Se consideriamo anche le riserve di petrolio non convenzionali e l’uranio, la disponibilità è ancora maggiore. Neppure governi miopi possono probabilmente danneggiarci troppo.
Il rischio più grande è forse quello di farci male da soli precludendoci, per esagerate paure ambientali, le risorse che altrimenti non mancherebbero. Che prevalga la visione di chi, come l’ambientalista Paul Ehrlich, considera l’energia a basso prezzo non una conquista dell’umanità ma l’equivalente di una “mitragliatrice in mano ad un bambino idiota”.
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