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inserito il: 17-6-2012
CONTRO LO SVILUPPO SOSTENIBILE
di Riccardo Cascioli


Si scrive “sviluppo sostenibile”, si legge umiliazione del mondo capitalista, anzi dell’intero genere umano. Perché è questo il vero obiettivo di chi ha partorito questo concetto, diventato il fulcro di ogni politica globale e locale giusto venti anni fa, con la Conferenza internazionale sull’ambiente svoltasi a Rio de Janeiro appunto nel giugno 1992. La settimana prossima, dal 20 al 22, ancora a Rio si ritroveranno i capi di Stato e di governo di tutto il mondo per aggiornare quel Piano di azione ventennale che arriva oggi a scadenza, ma nessuno sembra intenzionato a fare un bilancio serio di cosa l’adozione del concetto di “sviluppo sostenibile” abbia significato in questi venti anni e dove stia portando il mondo.

Nell’immaginario collettivo si è riusciti a far passare l’idea positiva che sviluppo sostenibile significhi semplicemente uno sviluppo che rispetti l’ambiente, ma già questo implica che lo sviluppo sia di per sé un’attività distruttiva. Anche la definizione ufficiale di sviluppo sostenibile è falsamente accattivante: "Lo sviluppo che incontri i bisogni del presente, senza compromettere le possibilità per le future generazioni di incontrare i loro bisogni", si legge nel Rapporto della Commissione Internazionale su Sviluppo e Ambiente, più nota come Commissione Brundtland, dal nome dell’ex primo ministro socialista norvegese che la presiedeva. Era il 1987, la definizione suonava bene e tanti continuano oggi a ripeterla come un mantra ma in realtà nasconde un significato inquietante. Nasconde si fa per dire, perché basta leggere il Rapporto (“Our common future”, Il nostro futuro comune) per capire che dietro c’è un odio alla specie umana, considerata dannosa per l’umanità stessa oltre che per l’ambiente.

La grande novità del Rapporto della Commissione Brundtland è in effetti quello di aver indicato la crescita della popolazione quale responsabile del sottosviluppo e del degrado dell’ambiente.
Peraltro l’assunto su cui si fonda il concetto è ampiamente smentito dalla realtà: basterebbe notare che non c’è alcuna relazione tra densità della popolazione e sviluppo, se è vero che tra i 21 paesi più poveri del mondo solo 7 hanno una densità superiore ai 100 abitanti per kmq e tra i 21 più ricchi sono ben 12 a superare questa cifra. Anzi, se una relazione c’è, la spiegano i paesi industrializzati che hanno visto calare drasticamente i tassi di fertilità a seguito dello sviluppo.

E lo stesso vale per l’ambiente: i problemi più gravi – deforestazione, inquinamento, sfruttamento selvaggio delle risorse - si riscontrano nei paesi più poveri e spesso in aree a bassa densità di popolazione.

Eppure a partire dal Rapporto della Commissione Brundtland, all’Onu il concetto di sviluppo sostenibile è diventato una parola d’ordine che si è trasformata nella convocazione di una Conferenza internazionale su ambiente e sviluppo a Rio de Janeiro nel 1992, come peraltro il Rapporto chiedeva. Non stupisca il successo: grande regista sia della Commissione Brundtland sia della Conferenza di Rio è stato uno degli uomini più potenti del mondo, il canadese Maurice Strong (allora direttore del Programma Onu per l’ambiente, Unep), un uomo d’affari diventato ricco e influente grazie all’industria petrolifera e che ha usato questo potere per organizzare e indirizzare su scala internazionale, e sotto l’egida dell’Onu, il movimento ecologista. Nel 1976, in un’intervista a una rivista canadese, Strong si definì “un socialista per ideologia e un capitalista per metodo”, e in un’altra intervista ebbe a dire che “potremmo arrivare al punto che l’unico modo di salvare il mondo sarà il collasso della civiltà industriale”.

E’ certamente questa la strada intrapresa con l’Agenda 21, il programma approvato dai capi di governo di tutto il mondo a Rio venti anni fa, il cui fondamento è appunto nel “limitare” la presenza umana: quantitativamente – con la moltiplicazione dei programmi di controllo delle nascite per i Paesi in via di sviluppo – e qualitativamente – con tentativi di frenare la crescita economica dei Paesi industrializzati.

Da qui nasce anche l’isteria sui cambiamenti climatici che ha portato all’approvazione del Protocollo di Kyoto e alle conseguenti politiche energetiche che stanno fortemente penalizzando l’Europa e che, se non sono la causa principale della crisi economica, certamente la aggravano e ne impediscono la soluzione.

Basti pensare che la Germania, maggior consumatore pro capite di energia solare, ha investito in questi anni 130 miliardi di dollari in sovvenzioni per tale fonte rinnovabile per ricavarne in energia un valore pari a 12 miliardi. Nessuna sorpresa che in dieci anni il costo dell’energia per l’industria tedesca sia aumentato del 57%, e che la locomotiva dell’Europa sia diventata dipendente dalla Russia. Anche gli analisti tedeschi constatano ormai il processo di de-industrializzazione in corso, nella direzione auspicata dagli “architetti” di Rio.

E oggi la nuova Conferenza sull’ambiente promette di portare a termine questo suicidio promuovendo la nuova parola d’ordine dei prossimi anni: economia verde, green economy. Investimenti folli per risultati minimi: nel 2009 una ricerca svolta dall’Università Rey Juan Carlos di Madrid aveva dimostrato che in Spagna (spesso citata dal presidente americano Obama come modello di green economy) per ogni “posto di lavoro verde” creato tra il 200 e il 2008 se ne erano distrutti 2,2 negli altri settori.
Il futuro promette anche peggio: green economy è la parola magica per combattere il riscaldamento globale, considerato la fonte di lutti e povertà, soprattutto nel Terzo mondo. Ma anche prendendo per vere tutte le più fosche previsioni sulle morti per alluvioni, siccità, ondate di caldo, si trova che nei paesi poveri le morti da riscaldamento globale arriverebbero allo 0,06%: al confronto le morti da acqua non bevibile e inquinamento già contano per il 13% del totale.

Come ha detto recentemente Bjorn Lomborg, l’«ambientalista scettico» che guida la ricerca di un team di scienziati su progetti per ambiente e sviluppo, “concentrandosi sulle misure per prevenire il riscaldamento globale, i paesi avanzati possono aiutare a prevenire la morte di molte persone. Il che suona bene finché non ci si rende conto che la conseguenza è la morte evitabile nei paesi poveri di un numero di persone 210 volte più alto, poiché le risorse che potevano salvarle sono state spese in pale eoliche, pannelli solari, bio-carburanti e altre fissazioni dei paesi ricchi”.