In Somalia il 43% della popolazione, oltre 3,5 milioni di persone, ha immediato bisogno di aiuto perché non è in grado di procurarsi cibo a sufficienza. In particolare allarma la situazione di centinaia di migliaia di nuovi sfollati che hanno perso tutto salvo ciò che erano in grado di portare con sé. In questa condizione si trovano gran parte degli abitanti di Mogadiscio che negli ultimi 10 mesi hanno lasciato la capitale: si calcola che siano 600.000, il 60% della popolazione, fuggiti per cercare scampo alla violenza quotidiana che dall’inizio dell’anno ha provocato circa 10.000 vittime civili.
Colpisce in questo scenario l’apparente indifferenza dei responsabili di tante sofferenze: i capi clan e di lignaggio che, dopo essersi coalizzati nel 1990 per destituire e costringere all’esilio il dittatore Siad Barre, da 17 anni rifiutano sostanzialmente di collaborare e, pur avendo firmato trattati di pace e negoziati e aver accettato nel 2004 di dar vita a istituzioni politiche di transizione accuratamente spartite tra i clan principali, continuano a combattere per il controllo dell’apparato statale coalizzandosi in alleanze mutevoli.
Ad agosto le continue tensioni tra il presidente della repubblica Abdullahi Yusuf Ahmed e il primo ministro Nur Hassan Hussein sono sfociate in una crisi di governo tuttora irrisolta dopo che il 16 novembre Hussein ha presentato un nuovo esecutivo respinto dal capo di stato.
Intanto i rappresentanti del governo sfiduciato e quelli dell’Alleanza per la ri-liberazione della Somalia, Ars, l’organismo che raccoglie una parte dello schieramento antigovernativo, hanno raggiunto un accordo a Gibuti, dopo mesi di colloqui. Una delle condizioni poste dall’Ars e accolte dal governo è il ritiro delle truppe etiopi che dalla fine del 2006 difendono le istituzioni politiche cercando di impedire che le milizie dell’Unione delle Corti Islamiche, una coalizione di capi clan legati al terrorismo islamico internazionale, conquistino Mogadiscio come già era successo nel 2005. Il 25 novembre Addis Abeba ha informato il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon di voler accettare la decisione dei leader somali e di apprestarsi a lasciare il paese entro la fine del 2008.
Che cosa succederà dopo la loro partenza è motivo di seria preoccupazione tanto più che i gruppi integralisti antigovernativi che hanno rifiutato di partecipare ai negoziati di Gibuti, nel frattempo hanno intensificato le attività riuscendo a impadronirsi di diverse città tra le quali il Merca. A peggiorare il quadro è la constatazione della scarsa per non dire nulla efficacia della Amisom, la missione militare dell’Unione Africana operativa dal 2007 e ancora in attesa di due terzi delle truppe promesse.
Ma soprattutto desta allarme il modo in cui i leader somali continuano a gestire il potere che non lascia presagire nulla di buono. In un paese in macerie, dove si patiscono la fame e infiniti stenti, i portavoce di governo e Ars convenuti a Gibuti hanno deciso infatti di spartirsi le cariche politiche nell’intenzione di dar vita a una sorta di governo di unità nazionale. Siccome però evidentemente nessuno è disposto a rinunciare al posto occupato, hanno concordato di raddoppiare i membri del parlamento che passeranno quindi da 275 a 550. |