Casi di precipitazioni eccezionali, forse uniche, ce ne sono stati: ad esempio quella del 16 giugno 1794 a Siena: una pioggia di sassi descritta anche da Padre Lazzaro Spallanzani. Nell’immaginario collettivo il mese di giugno è un mese stabile e caldo, anche se la realtà talvolta ha riservato sorprese e le precipitazioni non sono state proprio una rarità. La cultura contadina, tramandata nei proverbi, pone l’ultimo “nodo del freddo” il 29 del mese, che corrisponde nei cosiddetti “santi di ghiaccio” alla scadenza delle “tempeste della Mamma di S.Pietro”, che cade il giorno 28. Sulle zone alpine il ritorno del freddo e precipitazioni in giugno è spesso indicato con “il freddo delle pecore”, in quanto le pecore già tosate patiscono il freddo (dopo questo periodo generalmente ne arriva uno anticiclonico più stabile). Nel Giugno 2008 le precipitazioni non sono mancate sul centro e nord Italia, tanto che la Coldiretti ha affermato che la primavera 2008 si classifica tra le più piovose degli ultimi due secoli col +35% di precipitazioni sulla media del periodo 1961-1990. Nonostante quello che è caduto dal cielo, a soli pochi giorni dalla fine delle precipitazioni, ad esempio, sono interessati dalla mancanza d’acqua e/o abbassamento di pressione, nel solo Lazio, i seguenti comuni: Monteporzio Catone, Montecompatri, San Cesareo, Zagarolo, Frascati, Colonna, Rocca Priora, Palestrina, Genzano di Roma, Albano Laziale, Castelgandolfo, Velletri, Marino, Lariano, Grottaferrata, Marino e Ariccia. I cittadini si chiedono: colpa del caldo, della siccità o dell’incapacità di gestire la risorsa? Anche nel giugno 2007 la precipitazione non era mancata, nonostante a febbraio gli scenari diffusi dai mass media erano state nefaste relativamente alle previsioni di siccità. In una nota trasmissione Rai, un noto esperto ci aveva anticipato il pessimo futuro che ci attendeva; grazie all’utilizzo di sofisticati modelli aveva previsto, con largo anticipo, che: "Se le temperature salgono, vuol dire che farà caldo" e che "i primi quindici giorni più caldi saranno nella prima decade". Invece, nonostante i modelli matematici stagionali dicessero altro, le precipitazioni non sono mancate e l’evento che più è rimasto impresso nella memoria della pubblica opinione è quando il 15 giugno una tromba d’aria ha seminato il panico tra i 30 mila spettatori al megaconcerto del l'Heineken Jammin' Festival nel Parco San Giuliano a Venezia Mestre, una tragedia sfiorata con una trentina di feriti e numerosi alberi caduti. A livello di curiosità, si può riscontrare che “Frate Indovino”, con mesi di anticipo e pochi mezzi tecnologicamente avanzati, aveva previsto per il giorno 15 giugno 2007: “Tempo variabile con temporali isolati ma violenti”. Ogni persona ha nei propri ricordi una comunione, matrimonio, sfilata militare, vacanza, etc. rovinata dalla pioggia nei periodi di fine maggio e giugno. La convinzione di ridotte precipitazioni in quest’ultimo mese lo ha fatto ritenere spesso ottimo per iniziare battaglie, anche se spesso poi i fenomeni meteorologici hanno sorpreso o aiutato i grandi condottieri, contribuendo in modo sensibile all’esito dello scontro (nonostante spesso in entrambi i contendenti fossero presenti staff di famosi meteorologi). Se torniamo indietro nel tempo, possiamo ricordare la battaglia di Waterloo, quando le abbondanti precipitazioni cadute nella notte tra il 17 e 18 giugno 1816 accrebbero la confusione, quasi tutti i soldati rimasero bagnati, lividi di freddo e sporchi. Alcuni avevano perso le scarpe e i cannoni sprofondavano nella melma rendendo difficilissime le manovre all’artiglieria napoleonica. Napoleone fu costretto a ritardare l’attacco alle ore 11.30, nonostante il piano di battaglia prevedesse inizialmente le ore 9. Fu così che si agevolò l’arrivo in tutta fretta dei prussiani in supporto agli inglesi. Nella battaglia di San Martino, 24 giugno 1859, gli acquazzoni e la tempesta notturna trattennero gli attacchi austriaci e consentirono agli italiani di ordinarsi e di correre vittoriosi al successivo attacco risolutivo. Durante la seconda Guerra Mondiale, ad inizio giugno 1944 pioveva da giorni e giorni, lo sbarco in Normandia inizialmente era programmato per il giorno 4. La decisione di attacco fu rimandata di ora in ora, finché una previsione a breve scadenza individuò una “finestra” di tempo buono. La previsione meteo fu confermata dalle osservazioni, ci fu una pausa nel cattivo tempo durante le prime ore del 6 giugno; in questo modo la scelta del D-day era stata determinata dal tempo. Durante la prima Guerra Mondiale ogni esercito aveva un proprio staff di previsori meteo, il Comando Supremo italiano dette l’incarico al ten. Vercelli, libero docente di fisica terrestre nella Regia Università di Torino, di sperimentare un suo metodo per le previsioni a lunga scadenza, basato sull’analisi dei barogrammi. Abituati oggi ad un ampio uso di satelliti e supercomputer, può sorprendere che la sperimentazione di tale “semplice” metodo, nel 1917, diede risultati che superarono ogni ottimistica speranza e meritarono l’encomio. Ma è proprio grazie alle piogge di giugno ed al coraggio delle truppe italiane, che si deve quella che probabilmente è la più importante vittoria italiana nella prima Guerra Mondiale. Dopo Caporetto, gli italiani avevano avuto durante l’inverno il tempo di risistemarsi e riorganizzarsi lungo il Piave. Nei diari austriaci si legge come fu la primavera quell’anno:”In queste posizioni sta la nostra fanteria. Ammuffisce e marcisce non solo metaforicamente. La primavera ha portato con sé la pioggia; sui monti la neve si scioglie e il livello del Piave continua a salire. Nell’acqua fino al ginocchio, con i vestiti sempre bagnati, le membra torturate dai reumatismi, decine di migliaia di uomini, nel freddo e nella fame, attendono pazientemente la battaglia decisiva, che dovrà liberarli da questo maledetto pantano“.
Nonostante le condizioni appena descritte, ad inizio giugno 1918, tutti erano convinti che il tempo in questo mese sarebbe stato relativamente stabile, quando arrivo il primo bel tempo gli austriaci provarono ad attaccare le linee italiane. Il 13 notte iniziò l’artiglieria, alle 3 del mattino del 15 i genieri austriaci tentarono di gettare i primi ponti. Fu il Piave che improvvisamente il 18 aumentò la sua piena e travolse le passerelle e le barche, lasciando senza alimentazione le teste di ponte austriache. Nel diario di un ufficiale austriaco si legge:”Non erano certo gli ordini che ci costringevano a rimanere sulla riva destra, bensì la forza di un fenomeno naturale, che alla fine ci costerà decine di migliaia di vittime superflue: lungo il corso superiore del Piave pioveva ininterrottamente, cosicché il fiume in piena , non più traversato da ponti o passerelle, si ergeva come un ostacolo insormontabile alle nostre spalle[…] Nuotatori e non nuotatori si gettano in acqua, cercando di raggiungere l’altra sponda. Non si potrà mai stabilire quanti uomini sono stati travolti. Le acque del Piave portano verso il mare un numero enorme di cadaveri”. Fu a questo punto che il coraggio degli italiani li porto a buttarsi con ancora maggior rigore in battaglia e ricacciare indietro gli austriaci; il 20 il comando austriaco dette ordine di ritirarsi. Si può ritrovare cosa accadde nella “battaglia del solstizio” canticchiando le famose strofe de “La Canzone del Piave”, altrimenti nota come “La Leggenda del Piave” (è una delle più celebri canzoni patriottiche italiane, il brano fu scritto nel 1918 dal maestro Ermete Giovanni Gaeta ):“No, disse il Piave, no, dissero i fanti, /mai più il nemico faccia un passo avanti!/Si vide il Piave rigonfiar le sponde/e come i fanti combattevan l'onde./Rosso del sangue del nemico altero,/il Piave comandò: Indietro va, o straniero!/[…]/ Sicure l'Alpi, libere le sponde,/e tacque il Piave, si placaron l'onde”. Forse ripensando alla leggenda del Piave, sembreranno un po’ meno preoccupanti coloro che affermano che è sparita la mezza stagione a causa del riscaldamento globale, portando come dimostrazioni le piogge di giugno quest’anno. Gli eventi che accadono durante un mese riguardano sempre l’andamento meteorologico, non si può da questi semplicisticamente trarre conclusioni sull’andamento del clima globale. |