«Il 50% dei ghiacciai in Uganda si sta ritirando e in Senegal l'urbanizzazione sta riducendo le aree verdi». Sono affermazioni del genere (vedi MISNA, 17/6/2008) a rendere dubbiosi sul rigore metodologico e sul valore scientifico delle costosissime ricerche commissionate dalle Nazioni Unite in occasione di altrettanto costose celebrazioni e conferenze mondiali e regionali che dovrebbero servire a coordinare a livello internazionale gli sforzi collettivi per rimediare ai maggiori problemi del pianeta.
L'Uganda, infatti, tagliata in due dall'equatore, non è esattamente la terra dei ghiacci, anche se si capisce che la loro pur minima presenza contribuisce a soddisfare il fabbisogno idrico del paese e che quindi la loro riduzione pone un ulteriore problema: che peraltro potrebbe essere temporaneamente contenuto dalla benefica abbondanza delle grandi piogge se solo in Uganda esistesse un sistema nazionale di controllo delle acque piovane e non. Si direbbe poi che la concentrazione in aree urbane della popolazione favorisca piuttosto il rinnovo e l'espansione delle aree verdi che non la loro scomparsa, soprattutto in Africa, e quindi in Senegal, dove le economie rurali di sussistenza, tanto più se associate a un incremento demografico, esauriscono terre fertili, pascoli e foreste, determinando la desertificazione di immensi territori: una realtà sulla quale si è soffermato con preoccupazione il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, nel messaggio per la Giornata mondiale per la lotta alla desertificazione e alla siccità, celebrata in tutto il mondo lo scorso 17 giugno e dedicata quest'anno al tema «Combattere il degrado delle terre per un'agricoltura sostenibile». La ricorrenza è servita anche a ricordare che esiste un progetto per salvare Uganda, Senegal e tutti gli altri stati africani minacciati dal deserto: realizzare una «Grande muraglia verde» nel Sahel, una barriera verde fatta di piante e arbusti, lunga 7.000 chilometri e larga 15. L'ardito progetto è stato proposto nel 2004 dall'allora presidente della Nigeria, Olusegun Obasanjo, e l'Unione Africana lo ha accolto con entusiasmo, prova ne sia che è subito nato un Comitato scientifico intergovernativo per studiarne modalità e costi di esecuzione.
Tuttavia, a distanza di quattro anni, lo stato dei lavori non è incoraggiante. In sostanza c'è stata solo una Conferenza internazionale, svoltasi a febbraio in Senegal, alla quale hanno partecipato tutti i ministri della Commissione dei Paesi del Sahel. Il fatto è che, come al solito, i governi africani promotori dell'iniziativa si aspettano che la Muraglia venga finanziata in gran parte, meglio ancora se del tutto, dalla cosiddetta «comunità internazionale», la quale però sta già spendendo cifre astronomiche per far fronte ad altri impegni inderogabili. Proprio il 17 giugno è stata presentata all'Assemblea generale dell'Onu la richiesta di stanziare oltre sette miliardi di dollari per il finanziamento delle missioni di pace 2008-2009, in tutto 15, e l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, in vista della Giornata mondiale del rifugiato che cade il 20 giugno, ha pubblicato il suo rapporto annuale dal quale risulta che il numero di profughi e sfollati da due anni è in aumento: nel 2007 ha raggiunto la cifra mai registrata prima d'ora di 67 milioni di persone alle quali bisognerà provvedere in qualche modo, senza contare i 30 miliardi di dollari all'anno chiesti al recente summit Fao di Roma dal presidente Jacques Diouf per far fronte all'emergenza alimentare. Ma, soprattutto, non c'è bisogno di elaborati studi di fattibilità per capire che la Grande muraglia verde è comunque irrealizzabile perché gran parte degli 11 stati attraverso i quali dovrebbe passare sono a dir poco instabili per le tensioni interne degenerate in conflitti armati - dal Mali alla Somalia, dal Niger al Sudan - alle quali si aggiungono almeno due crisi tra stati: tra Ciad e Sudan e tra Eritrea e Etiopia. Eppure, imperterriti, i no global se la prendono con Stati Uniti e Gran Bretagna e con i loro «vassalli, valvassori, valvassini e cagnetti scondinzolanti tuttora sparsi nel mondo» (sempre MISNA, 17/6/2008). Sorge una domanda: dove si colloca l'Italia, tra i «vassalli» o tra i «cagnetti»?
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