Area geografica
Chiave di ricerca
Home
Ambiente
Sviluppo
Popolazione
 
Chi siamo
Dossier
Documenti
Associazioni
Contatti
 
Iscriviti alla newsletter
 
Che tempo farà
 
 
Versione Stampabile
inserito il: 19-2-2008
Rianimazione feti abortiti, la scienza dice che si deve
di Roberto Algranati
La recente dichiarazione dei neonatologi di quattro Università circa l’obbligo di rianimazione dei feti abortiti ancora vivi nel secondo trimestre di gravidanza, e le reazioni di alcuni politici e intellettuali hanno nuovamente posto in evidenza la grave disinformazione che vige, anche fra persone colte, sulla biologia della vita umana prenatale e sulla cosiddetta "capacità di sopravvivenza autonoma del feto”

Questa espressione, infatti, è impropria e può trarre in inganno. Essa fa pensare che, nel seno materno, il feto non abbia una vita propria ma partecipi alla vita stessa della madre, come se fosse un organo del suo corpo e che, solo ad un certo punto della gravidanza, il nascituro acquisti misteriosamente una vita propria e “autonoma", di valore superiore alla precedente, che gli permetterebbe di sopravvivere fuori dal corpo della madre.

Queste idea è completamente errata; medici e biologi lo sanno da almeno un secolo. In realtà si deve parlare di capacità del feto di “sopravvivere al di fuori dell'utero", senza alcun riferimento ad una presunta autonomia o meno della sua vita. Infatti, nessun animale è autonomo in senso assoluto ma, per la sua sopravvivenza, dipende sempre dell'ambiente in cui vive. È invece essenziale che esso sia dotato degli organi necessari per vivere nell'ambiente al quale è destinato: nel caso del feto l'utero materno, nel caso del neonato e dell'adulto, l'ambiente fuori dell'utero.

Per comprendere come stanno realmente le cose, bisogna fare una breve premessa di biologia generale. Come una fiamma per ardere ha bisogno di carburante e d’ossigeno, così qualunque animale, uomo compreso, per mantenersi in vita deve assumere dall'ambiente sostanze nutritive e ossigeno. Le sostanze nutritive sono costituite da alcuni gruppi di composti chimici (carboidrati, grassi e proteine) che forniscono la materia prima per la costruzione e il continuo rinnovamento del corpo. Queste sostanze sono anche ricche d’energia chimica e vengono perciò utilizzate, in misura più o meno grande, anche come veri e propri "carburanti". Esse, infatti, combinandosi chimicamente con l’ossigeno, cioè subendo una vera e propria "combustione”, sia pur lenta e controllata, producono calore ed altre forme d’energia necessarie alle funzioni indispensabili alla sopravvivenza (per es. circolazione del sangue, respirazione, digestione, ecc..), e all'adempimento d’altre funzioni tipiche degli animali ( per es. deambulazione, nuoto, volo ecc..).

La combinazione di questi "carburanti" con l’ossigeno libera gran parte della loro energia chimica e, di conseguenza, da essi si formano composti poveri d’energia, (principalmente  anidride carbonica, acqua, urea, ed acido urico) che non sono più utilizzabili e devono perciò essere eliminati continuamente del corpo dell'animale. Un essere umano adulto o un neonato compiono queste funzioni fondamentali prendendo l’ossigeno dall'aria per mezzo dei polmoni, assumendo sostanze nutritive ( carboidrati, grassi, proteine ), acqua e sali dai cibi per mezzo del tubo digerente, eliminando l'anidride carbonica (che e un gas) nell'aria attraverso i polmoni ed espellendo, per mezzo dei reni, sotto forma di una soluzione acquosa (l'urina) l'urea, l'acido urico e gli altri prodotti  della “combustione. Invece l’embrione od il feto dei mammiferi (specie umana compresa) compiono le stesse funzioni fondamentali per mezzo di un unico organo, la placenta, che li rende capaci di utilizzare il sangue della madre (che circola nelle pareti dell'utero) come sorgente d’ossigeno e di sostanze nutritive e come via d’eliminazione dell’anidride carbonica, dell'urea e degli altri prodotti del metabolismo. La placenta appartiene al corpo del feto, ed è anzi il suo organo più voluminoso. Nella specie umana la placenta ha la forma di un disco aderente alla parete interna della cavità interna dell'utero, ed è collegata al resto del corpo dell'embrione o del feto mediante il cordone ombelicale. In esso decorrono due arterie ed una vena, le quali assicurano che il sangue del feto, pompato dal suo cuore, circoli continuamente e in grande quantità anche attraverso la placenta. Il sangue del feto, che giunge alla placenta attraverso le due arterie ombelicali, è povero d’ossigeno e carico di anidride carbonica, di urea e di altri prodotti del metabolismo che devono essere eliminati. Senza mai mescolarsi al sangue della madre, il sangue fetale circola nei vasi sanguigni della placenta situati all’interno di sottili strutture ramificate, i villi placentari, che sono immersi nel sangue materno come le radici di una pianta acquatica. In questo modo il sangue del feto riceve dal sangue materno l'ossigeno che la madre ha assunto con i suoi polmoni e le sostanze nutritive (glucosio, aminoacidi, acidi grassi ed altri lipidi), l’ acqua e vari sali minerali che provengono dai cibi digeriti e assorbiti dall’ apparato digerente materno. Contemporaneamente il sangue fetale cede al sangue della madre l'anidride carbonica, l’urea e gli altri prodotti del metabolismo, che la madre poi eliminerà con i suoi polmoni e i suoi reni. Grazie a questa funzione di " scambio " di sostanze chimiche compiuta dalla placenta, il sangue fetale ritorna al corpo del feto ricco d’ossigeno e di sostanze nutritive e depurato dall'anidride carbonica, dall’urea e dagli altri prodotti del metabolismo.

La gravidanza consiste, dunque, non solo nello sviluppo dell’embrione o del feto all’interno dell’utero materno, ma nel fatto che essi si  riforniscono d’ossigeno e di sostanze nutritive ed eliminano l’anidride carbonica e gli altri prodotti del metabolismo attraverso il corpo della madre, grazie al collegamento realizzato dalla placenta.

Dopo questa premessa di biologia generale, diventano chiari due punti  fondamentali: il significato della nascita e  il significato della sopravvivenza del feto fuori dall'utero.
La nascita di un bambino, pur essendo un evento carico di gran contenuto emotivo, non è affatto l'inizio della sua vita, ma solo un brusco cambiamento dell'ambiente di vita di un essere umano che già esiste, vive e si sviluppa  nell’utero materno fin dal concepimento. Normalmente un feto umano, come quello di qualunque altro mammifero, è partorito e immesso nel suo ambiente definitivo quando i suoi polmoni, i suoi reni e il suo apparato digerente sono abbastanza sviluppati da sostituire le funzioni della placenta nell'assunzione d’ossigeno e di sostanze nutritive e nell’eliminazione dell’anidride carbonica, dell’urea e degli altri prodotti del metabolismo. Il funzionamento di questi organi conferisce al feto la "capacità di sopravvivenza fuori dell'utero" (e non di sopravvivenza autonoma, come impropriamente si dice).

Per la sopravvivenza di un neonato è soprattutto importante la funzione dei polmoni. Se essi non sono in grado di sostituire subito ed adeguatamente la placenta nell'assunzione d’ossigeno e nell'eliminazione dell’anidride carbonica, il bambino va incontro a una condizione di asfissia e muore o, se sopravvive, può subire gravi danni al cervello che è l’organo più sensibile alla mancanza di ossigeno. Cento anni fa nessun neonato sopravviveva se veniva alla luce prima delle 30 settimane di gravidanza (sette mesi compiuti); oggi, nei reparti di neonatologia dei nostri ospedali, sopravvive il 70% dei neonati partoriti fra la 25ª e la 28ª settimana, il 10% di quelli partoriti fra la 25a e la 23a settimana ed, eccezionalmente, qualche neonato venuto la luce alla 22ª settimana. La ragione è che oggi, nelle unità di terapia intensiva neonatale, si riescono a far funzionare sufficientemente i polmoni del neonato molto prematuro anche quando questi, da soli, non sono ancora in grado di farlo. 

Si può ragionevolmente sperare che, quando i medici disporranno della placenta  artificiale (teoricamente possibile e attualmente già in fase di studio e di sperimentazione sugli animali), sarà possibile, senza danno, la sopravvivenza  e l'ulteriore sviluppo di feti umani d’età gestazionale molto minore e si potranno evitare molte delle gravi lesioni cerebrali conseguenti ad  asfissia neonatale dovuta a parti molto prematuri. Da queste conoscenze scientifiche certe, e mai messe in discussione, risulta chiaro che è una vera assurdità permettere o meno la soppressione legale del feto in base alla sua capacità di sopravvivere fuori dall'utero, come  invece stabiliscono gli art. 6 e 7 della legge 194/78. Anzitutto perché è evidente che la dignità umana, e quindi il diritto alla vita, non possono dipendere dal modo con cui un essere umano si rifornisce di ossigeno e di sostanze nutritive ed elimina l’anidride carbonica e gli altri prodotti del metabolismo. In secondo luogo perché la possibilità di sopravvivenza al di fuori dell'utero dipende dal grado di assistenza medica disponibile, cioè, principalmente, dalla possibilità di sostituire in modo sufficiente la funzione respiratoria della placenta.

Questi inconfutabili dati della biologia e della medicina pongono in evidenza la natura  antiscientifica della legge 194, che infatti non è mai stata richiesta dai medici ma è stata imposta dai politici  esclusivamente per motivi ideologici che, con la scienze mediche, non hanno nulla a che vedere. Ciò ha creato una situazione giuridica assurda, un insanabile conflitto fra la legge e la realtà di fatto, da cui non si potrà mai uscire fin quando le leggi in materia cesseranno di basarsi su pregiudizi ideologici e  finalmente terranno conto dei dati certi delle scienze biologiche.